25 aprile 2018

E disse il nipote alla nonna: “Del tempo di guerra di cui mi racconti, dell’epoca buia di quando tu avevi i miei anni, di già cento foto più cento mi hai posto dinnanzi, e cento filmati più cento mi hai fatto vedere. Ma nonna, non c’è un sol colore, ma solo del bianco e del nero”.

Queste parole vengono da una poesia intitolata Messaggio. L’autrice è Nedelia Tedeschi Lolli, una bambina – aveva nove anni quando arrivarono le leggi razziali, tredici quando dovette nascondersi – che è sopravvissuta, per poi diventare mamma, nonna e bisnonna, grazie a Dalmiro e Verbena Costa. Dalmiro e Verbena erano una giovane coppia come tante, che però fece qualcosa di straordinario. E il loro coraggio e la loro umanità sono stati ricordati anche qui a Palazzo Civico nello scorso novembre, con il conferimento dell’onoreficenza di Giusti fra le Nazioni.

Ho voluto iniziare il mio intervento con le parole di Nedelia per non dimenticare che questa festa della Liberazione cade a 80 anni esatti dalla promulgazione delle leggi razziali, il punto più infimo della nostra Nazione, e a 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana, momento di svolta che ha segnato la nostra rinascita su basi di democrazia e libertà.

Tra il luglio e il novembre del 1938, come tutti sappiamo, l’Italia fascista avviò – e progressivamente sancì giuridicamente – la persecuzione razzista dei cittadini ebrei. Poco meno di cinquantamila persone si trasformarono allora in altrettanti perseguitati: perseguitati non per qualcosa che avessero fatto ma, semplicemente, per ciò che erano.

Privazione dei più elementari diritti, allontanamento forzato dalle scuole e dai luoghi di lavoro, confisca dei beni: cominciò così per gli ebrei italiani un incubo che, dopo il 1943, condusse molti di loro a un destino tragico, consumatosi nei campi nazisti di detenzione e sterminio.

Tutto questo avvenne ottant’anni fa, tuttavia il nostro Paese sembra ancora non aver fatto i conti fino in fondo con quel passato: spesso la rimozione ha prevalso, scarsa è ancora la consapevolezza riguardo alla corresponsabilità delle istituzioni e di una parte della società italiana nella politica persecutoria di quegli anni.

Ecco perché, a distanza di tanti anni, è giusto e doveroso parlarne ancora. E c’è un filo rosso indissolubile che lega chi si è battuto contro le intollerabili persecuzioni razziali con chi si è battuto per la nostra libertà e ha dato la vita perché tutte e tutti noi potessimo vivere in democrazia, in una democrazia sorretta e garantita da una Costituzione.

Questo filo rosso è rappresentato dalla ribellione a un’idea di distruzione e morte.

Alcuni si ribellarono con piccoli gesti di disobbedienza civile, altri, come Dalmiro e Verbena, rischiarono la vita per proteggere creature innocenti senza alcun interesse a muoverli se non l’umanità, altri ancora salirono in montagna e si ribellarono platealmente, imbracciando i fucili e combattendo in prima linea.

Come sappiamo, alla lotta antifascista presero parte formazioni di tutte le espressioni politiche: i comunisti accanto ai liberali, i gruppi cattolici insieme a quelli socialisti. E se ci si sofferma attentamente di fronte alle lapidi sui muri di tanti palazzi di Torino, compreso il nostro Municipio che oggi ci ospita, si leggono nomi di persone appartenenti a tutte le classi sociali. Ogni tipo di differenza fu superato dalla comunità che si ribellò al nazifascismo.

Facciamo fatica a immaginare questo esercito composto in gran parte da ragazzi, oggi, dopo aver ascoltato per decenni le voci di quelli tra loro che sono diventati anziani, e che da anziani hanno salvaguardato la memoria di una lotta nella quale erano confluite tante di quelle anime che, a ricordarle a settantadue anni di distanza, non ci sembra vero. Non mancarono contrapposizioni, differenze e tensioni, ma l’esercito dei partigiani seppe prepararsi in maniera unitaria all’insurrezione finale, che oggi noi siamo qua a celebrare.

Quella forma di ribellione non era solo l’avversione a un regime, a dei simboli o delle persone, ma era una strenua resistenza a tutto ciò che esse rappresentavano.

E ancora oggi mi toglie il fiato leggere le ultime parole con cui il partigiano Paolo Braccini, poco prima di essere fucilato al Martinetto, il 5 aprile 1944, si rivolge a sua figlia:


Gianna, figlia mia adorata,
è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te. Sarò fucilato all’alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno.

Ma cosa impariamo oggi da quei sacrifici?

Innanzitutto il valore della memoria. Quella radice mai troppo profonda di cui i giovani si prenderanno cura soltanto se noi adulti saremo stati in grado di insegnare loro a farlo.

Impariamo il valore della libertà, in ogni sua forma, affinché quanto nato dal secolo dei Lumi trovi nelle menti moderne la sua massima espressione che nasce dallo strenuo esercizio della critica.

Celebrare il sacrificio dei martiri della nostra libertà, quindi, non è e non sarà mai un vuoto atto rituale, ma ci permette anche di ricordare che la Costituzione Repubblicana non è stata soltanto opera dei costituenti, ma è anche e soprattutto il risultato della lotta antifascista e antinazista. Ne ha scritto in modo mirabile Piero Calamandrei nel Discorso sulla Costituzione del 26 gennaio 1955 definendola:

Un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.

Una Carta in cui si sentono le voci dei protagonisti del Risorgimento e che ci ricorda come, per il futuro, la vera unità possa essere solo e soltanto quella che conserva il pluralismo e trae forza da esso.

È bene ribadirlo: alla base della società libera e democratica in cui viviamo noi, oggi, c’è la Resistenza – un fenomeno unico nella storia italiana, un fenomeno commovente che seppe farsi unitario – e c’è l’antifascismo. C’è l’opposizione ventennale degli antifascisti che non chinarono mai la testa nonostante le persecuzioni, la prigione, l’esilio, ci sono le scelte immediate e rinnovate di chi nell’autunno del 1943 non ebbe esitazioni e impugnò le armi contro nazisti e fascisti, e ci sono anche le scelte di chi lo capì dopo, o un po’ alla volta.

Che il coraggio e l’umanità dei nostri martiri, quindi, ci servano da monito, in questi tempi difficili, in cui i rigurgiti di razzismo e intolleranza si fanno sentire con sempre maggiore impertinenza, in cui l’oscurità a tratti sembra di nuovo così vicina.

Ringraziando tutte e tutti per essere qui oggi, chiudo questo mio intervento con la risposta che la nonna, nella poesia Messaggio, dà al nipote:

Nel tempo di guerra i cuori eran nero granito e gli occhi due blocchi di ghiaccio, e tutti i colori fuggiron dal mondo. Poi, sono tornati. Tienili stretti, nipote, perché se fuggissero ancora sarebbe per sempre.