Appendino faccia a faccia con Minoli Radio 24


Riporto il commento di Michele Fronterrè, da Formiche.net.
A questo link, invece, è possibile ascoltare l’intera puntata di Mix24

Di Michele Fronterrè
Chiara Appendino risponde alle domande di Minoli a Mix24. Un ottimo debutto nazionale per la candidata a Sindaco di Torino del M5S perché, quanto a domande, Minoli è numero uno.
Solo che questa volta Minoli pare avere qualche pregiudizio. E dimentica alcune domande su alcune questioni centrali. Come gli appalti e la contendibilità del potere a Torino: sanità, energia ecc.
Torino che è la città più inquinata d’Italia, la seconda in Europa pur essendo oramai quasi completamente deindustrializzata.
Una Torino dove le migliori menti urbanistiche – vedi Olmo – si rompono la testa su come creare quel famigerato policentrismo che renda meno periferia le periferie, e che però poi applaude festante all’uncinetto piantato accanto a Porta Susa. Il fallo di Piano che, mentre rammendava le periferie, si dimenticò l’attrezzo.
Una Torino di un Piemonte che ha un debito perfino più grande di quello della Sicilia e che, però, non fa notizia perché tra Chiamparino, Fassino, i parrucconi di certo azionismo torinese, Profumo e la Compagnia di San Paolo, tutto passa sotto traccia. Neanche il Fatto Quotidiano punge come dovrebbe. Per dire, sollevando qualche pruriginosa questione circa la fretta con cui la giunta Fassino sta appaltando tutto l’appaltabile giusto qualche mese prima delle elezioni che la potrebbe mandare a casa.

Minoli incalza la Appendino perché il fatto stesso di appartenere al M5S deve essere necessariamente una diminutio. Perché i cinquestelle devono essere tutti degli scappati di casa. Per forza. E in effetti, Sechi, a fine intervista, riduce il tutto a una cifra antropologica. Siccome la Appendino non corrisponde al cliché del pentastellato, allora è automaticamente una radical chic e, dunque, donna del PD.

Per discutere dei contenuti ci sarà tempo. E alla fine, non frega niente a nessuno se non a chi a Torino ci vive veramente. Certamente non in Crocetta o in Collina. Perché il gioco dei media è sempre lo stesso. Se sei candidato Sindaco devi dire comunque cosa pensi delle questioni di respiro nazionale.

La Appendino ha delle idee, e prova a coagulare delle nuove forze attive della città. Come fanno le squadre di calcio alla fine di un ciclo. Prova a rimettere mano a tutta la rosa, mettendoci la sua preparazione e la sua esperienza amministrativa senza un pedigree partitico. Con i pro e i contro che questo comporta.

Reindustrializzare Torino non è affatto radical chic. Anzi. I radical chic mangiano panini vegani auspicando la decrescita felice. Diocenescampi. È una ottima idea se la città prova a coordinare le forze del territorio verso questo obiettivo. Chissà se troverà sponde nella Fiom. In certo elettorato del PD che ha avuto il suo riferimento in Cesare Damiano.
Certamente non da quel PD “liberale” per modo di dire vestito della cartuzza di Chiamparino che come un becchino accompagnò il carro funebre che si portò via la Fiat.

Quanto alla call pubblica per selezionare gli assessori, pensando a Torino come una comunità – di Olivettiana memoria -, ed evitando che siano sempre i soliti a coltivare i propri orticelli, questa rappresenta una rottura rispetto ai vecchi schemi che hanno portato, ad esempio, a far diventare la sanità un’idrovora che crea voragini di debito regionale.

Pensare alle periferie immaginando delle opere di riqualificazione che le rendano meno vittime della paura è un’idea urbanistica che potrebbe al tempo stesso fare da volano a una certa attività edile che muove le economia con davanti il più nobile dei fini.

Quando Chiara Appendino mette l’accento sul modo con cui si organizzano i grandissimi eventi internazionali dicendo che bisogna progettarne il post prima di tutto il resto, pone l’attenzione su cosa fare poi delle tante cattedrali nel deserto – vedi impianto di bob a Cesana – che invece rimangono puntualmente sullo stato di famiglia dei cittadini. Ed ha ragione. Si tratta di questioni forse banali ma che sono puntualmente tradite. E che suonano scomode, ovviamente, quando a Roma si parla di portare le Olimpiadi.
Perché in questo paese su una cosa non c’è ideologia che tenga, sull’esserci quando è il momento dei flash, quando c’è da spendere, quando i vassoi con le tartine sono colmi e pronti. A sera inoltrata poi, quando c’è da rimettere in ordine, i grandi nomi non ci sono più. Sono all’Enit, all’ente del turismo.

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