Cyberbullismo: il mio intervento per #cuoriconnessi

Ieri ho avuto il piacere, l’onore e l’onere di partecipare a un incontro con tante ragazze e ragazzi sul tema del cyberbullismo dal nome #cuoriconnessi, organizzato dalla Polizia di Stato in collaborazione con Unieuro.

Nel mio intervento a braccio ho detto diverse cose che ritengo importanti ma, data l’importanza del tema, voglio lasciare qui una serie di riflessioni per tante e tanti giovani per cui queste situazioni sono una drammatica realtà quotidiana.

 

Cyberbullismo: un discorso a vittime e responsabili

Siete giovanissimi ma sono abbastanza sicura che il tema di cui parliamo oggi lo avete già sentito in tutte le salse. Ma facciamo una premessa in modo da essere tutti d’accordo almeno sui punti base: cos’è il bullismo?


Il bullismo non è un pugno sul naso dato dal (presunto) più forte al (presunto) più debole. Un pugno è violenza privata, si chiama reato, ed è punito dalla legge. Il bullismo non è neanche la foto di un’altra persona accompagnata da insulti e condivisa su Instagram. Quella è diffamazione aggravata. Anch’essa un reato. E punita dalla legge.

Il bullismo è quel rapporto di potere basato sulla forza fisica – ma anche psicologica – dove qualcuno si considera più forte di qualcun altro nella misura in cui riesce a farlo sentire inferiore.

 

Il cyberbullismo è quel fenomeno in cui tutto questo viene trasposto in rete.

Schermata Instagram Cyberbullismo

 

Perché quindi dare una specificità al fenomeno del cyberbullismo rispetto al bullismo? Perché, va da sé, in rete è tutto amplificato. Attraverso la rete – e più nello specifico attraverso i social – l’insulto, il dileggio, il ludibrio, assumono proporzioni impensabili in altro modo.

 

Quando si è molto giovani (ma non solo) il processo di costruzione del sé, della propria identità, è in pieno divenire. Ognuno di noi dall’adolescenza e ancora per buona parte dell’età adulta cerca l’auto-affermazione tra i propri pari, la legittimazione all’interno del gruppo, e ciò che più temiamo è l’emarginazione o il divario tra ciò che siamo e come veniamo percepiti. Per questo motivo la nostra immagine offesa che arriva a migliaia di persone ci fa così male.

 

La colpa dunque è dei social? No, o almeno non completamente. Non facciamo questo errore.
I social sono un mezzo, e come tutti i mezzi non sono buoni o cattivi: è l’uso che se ne fa che è buono o cattivo.

 

Ricordatevi che, in questi casi, la responsabilità è sempre individuale. Sempre.

 

Esistono usi straordinari del web e dei social. I social ci permettono di tenerci in contatto tra di noi, di condividere momenti della nostra vita, ci fanno incontrare più facilmente, ci danno la possibilità di sapere più cose.

 

Considerate che oggi ognuno di voi attraverso il suo smartphone ha accesso a più informazioni di quante ne potesse avere il Presidente degli Stati Uniti d’America solo 15 anni fa.

 

Come si dice, però, – e sono certa che molti di voi coglieranno la citazione – “A grandi poteri corrispondono grandi responsabilità”.


Ecco, voi considerate che quello strumento attraverso cui condividete video, fate selfie e digitate parole alla velocità della luce è un’arma potentissima. A voi usarla bene o usarla male.

 

Come fare dunque?

Io credo che per vincere la sfida contro il cyberbullismo e contro i cosiddetti hate-speeches (i discorsi d’odio) si debba lavorare tutte e tutti insieme.

 

Da chi parte il tutto? Ovviamente da voi. Proprio perché, ribadisco, la responsabilità è individuale.


Iniziate con il pensare una cosa ogni volta che aprite Facebook, Instagram, Twitter, Snapchat, Pinterest o qualsiasi altro social: non c’è nessuna differenza tra voi in rete e voi nel mondo reale.

Quando state per scrivere qualcosa pensate: “Lo griderei al microfono in una piazza con diecimila persone che mi ascoltano, compresi insegnanti, genitori, amici e forze dell’ordine?”. Se la risposta è no, allora non lo scrivete neanche.

 

“Direi questa cosa a quella persona se fossimo faccia a faccia?” Se la risposta è no, allora non fatelo neanche online.

 

“Se stessero insultando e spintonando quel mio amico più debole per strada lo difenderei?” Se la risposta è sì, allora fatelo anche online.

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Vedete, come sindaca mi capita spesso di avere a che fare sulla mia pagina Facebook con persone che inveiscono con toni molto duri sulla bacheca pubblica (ed uso un eufemismo). Sapete qual è il modo migliore per risolvere la situazione? Contattarli in privato.


La maggior parte di loro in privato, senza che nessuno li osservi, non direbbe mai quello che ha scritto pubblicamente. Proprio per il discorso che facevo prima. Pubblicamente molte persone arrivano a gridare ed esagerare per ottenere l’attenzione degli altri e racimolare like.

 

Ma cosa succede quando non c’è nessuno che guarda e queste persone si trovano, virtualmente, solo davanti a me?

Cambiano. Cambiano completamente atteggiamento. Quasi sempre si finisce con le emoticons che sorridono, ci si ringrazia a vicenda (bisogna sempre ringraziare chi ti critica perché ognuno di noi può migliorare) e ci si dà un arrivederci.

 

E se poi c’è qualcuno che invece continua con pesanti insulti e invettive? Beh, lì è facile: si elimina dai contatti.


Nulla fa più arrabbiare un bullo di non poter raggiungere il suo bersaglio.
Due click e… ops, non c’è più. Via. Ognuno di noi ha di meglio da fare che ascoltare i rancori e gli insulti degli altri.

 

Circondatevi di serenità e di persone che vi vogliono bene. Se voi ne volete ad altri state pur certi che questa cosa verrà ricambiata.

 

L’impegno nel combattere il cyberbullismo deve poi arrivare anche dalle piattaforme stesse. Facebook, Twitter e Instagram stanno portando avanti delle iniziative di contrasto a questo fenomeno. Siamo agli inizi, ma per fortuna qualcosa si sta muovendo.

Infine, ma non meno importanti, ci sono i punti di riferimento e tutte le Autorità a cui, in caso di bisogno, dovete fare assolutamente riferimento. I vostri genitori, gli insegnanti, la Polizia.

 

Non abbiate paura di parlare. Mai.

Se siete vittima di bullismo – cyber o reale che sia – oppure se assistete a fenomeni in cui qualcuno che conoscete viene bullizzato – non esitate a parlarne. Il silenzio è un’altra linfa vitale dei bulli. Famosi per abbassare la cresta ogni qualvolta vengano scoperti.

 

E non lasciatevi prendere dal senso di colpa o dalla vergogna, mai. Chi si deve vergognare è sempre il bullo.

 

Noi ci siamo.

Mi raccomando.

Grazie a tutte e tutti.