Foibe: il ricordo di un dramma


Oggi, 10 febbraio, è stato il Giorno del Ricordo della strage delle Foibe. Ancora una volta, ricordiamo perché periodi bui della Storia non tornino mai più.
Ecco il mio discorso in occasione di questa importante giornata scritto insieme a Gastone Saletnich, che ringrazio.

 

Presidente,

autorità civili e militari,

signori e signore,

 

Era il 10 febbraio del 1947 quando con il trattato di Parigi fu sancito il passaggio dall’Italia alla Repubblica Sociale Federale Jugoslava di gran parte dell’Istria, della Dalmazia e dell’alto Isonzo; le città di Pola, Fiume e Zara con le isole di Cherso Lussino Lagosta e Pelagosa.
Ma la vita molto spesso non aderisce ai trattati come si vorrebbe: il prezzo pagato dalle popolazioni italiane, l’etnia prevalente nelle città e sulla costa, fu altissimo, sintetizzabile con tre termini molto crudi: foibe – esodo – oblio.


Conosciamo sin troppo bene l’atmosfera di quegli anni bui, l’ansia e la paura che si respiravano in quei luoghi, ben rappresentate dalle parole che ci ha consegnato Guido Miglia nella descrizione di Pola durante l’inverno del 1947

Il cuore di Pola sta cessando di battere: resta soltanto uno scenario che si fa ogni giorno più desolante, dove le finestre chiuse della case, le serrande abbassate e gli scaffali vuoti dei negozi, convivono con il passo pesante dei carri che carichi di mobili, valigie e fagotti “vanno verso il porto dall’alba fino a notte”. Ricordiamo il piroscafo Toscana con il suo carico di umanità svuotata e annichilita.


Solo per quella città, le persone che scelsero l’esilio ammontano a 28.137 su un totale di 32.000 abitanti.
Storie di migliaia di famiglie e singoli individui, vessati e sradicati dalle loro terre d’origine, che per oltre cinquant’anni hanno subito oltre all’esodo, il medesimo destino dei vinti: l’oblio.
Troppo spesso il dramma vissuto da queste persone è stato dimenticato, troppo spesso respinto, come una colpa da occultare e della quale doversi vergognare, consegnata alle contrapposizioni ideologiche e alle strumentalizzazioni politiche.
Un popolo in qualche modo tradito dal suo stesso paese.

 

Italiani dimenticati in qualche angolo della memoria come una pagina strappata dal grande libro della storia”

recita il testo di una canzone (“Magazzino 18”, di Simone Cristicchi).


Una diaspora umana negata per più di mezzo secolo, concepita come qualcosa da rimuovere e non come un’esperienza da comprendere. Se è vero che la storia è questione di coscienza oltre che di conoscenza, la giornata di oggi rappresenta un’occasione di crescita collettiva e di riflessione per tutti noi. La possibilità per trasformare questa drammatica vicenda in un valore condiviso da tutti, come profondo sentimento di solidarietà civile.


Volendo trovare un senso a questa tragedia, facciamo in modo che la memoria e ciò che può insegnarci sia più forte delle violenza e delle rivendicazioni. Oggi più che mai è un dovere, nei confronti dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime che oggi sono presenti qui con noi, nei confronti delle Associazioni che coltivano la memoria della vostra terra.
Vanno lette in questo senso le parole pronunciate al Senato dal Presidente Grasso nel 2014.

 

Facciamo tesoro del passato per costruire un futuro dove la violenza, l’odio, siano solo un doloroso ricordo. Lo dobbiamo a noi stessi, ma soprattutto ai giovani verso i quali abbiamo il compito di trasmettere la conoscenza della storia, seppur a tratti disumana e terrificante, affinché mantengano la memoria facendosi loro stessi testimoni e crescano nel rispetto assoluto e incondizionato della dignità umana.

 

Voi e molti come voi scelsero la nostra città, più di 8000 secondo un censimento del 1958. Torino per il suo sviluppo industriale in quel periodo esercitava una forte capacità attrattiva. La Fabbrica e i grandi stabilimenti, dopo tanti anni di sofferenza e precarietà potevano rappresentare una possibilità di lavoro, l’occasione per riappropriarsi della propria esistenza, seppure in modo parziale.
Il percorso di integrazione soprattutto all’inizio, non è stato sempre facile (diffidenze e paure appartengono al presente così come al passato) ma il risultato lo possiamo vedere qui, oggi, in questa occasione.
Le Casermette di Borgo San Paolo, il Villaggio Santa Caterina, Corso Polonia e gli alloggiamenti di via Pesaro sono luoghi che evocano un passato ormai lontano ma ancora vivo, fatto di speranze e di voglia di ricominciare, un passato in cui la vostra comunità, che non si è data mai per vinta, ha saputo tenacemente costruire il proprio futuro.
Figure come quelle di don Giuseppe Macario, Gianni Ferro, primo direttore della “Corale Istriana” Guerrino Manzin, Gigi Virdis, pittore polese ed autore della Pala della chiesa di san Biagio, in via Biglieri, fanno ormai parte non solo della vostra memoria ma del patrimonio umano della nostra città.


Oggi ci sono le condizioni per dare una prospettiva diversa alla triste vicenda dell’esodo che vi ha coinvolto, partendo proprio dal Giorno del Ricordo.
In un momento in cui nel mondo le barriere crescono, credo sia arrivato il momento di pensare, senza rinunciare a ricordare, soprattutto al futuro; è il momento di contribuire ancora di più a costruire un contesto di relazioni, un ambito di convivenza e tolleranza che renda possibile il superamento definitivo di certi problemi e diffidenze con gli stati della ex Jugoslavia.
Insieme dobbiamo cercare di passare ad una nuova politica “progettuale”; ad una strategia volta a costruire un futuro possibile per la vostra comunità, per i vostri figli e nipoti, per i valori della millenaria cultura che qui rappresentate. Fare in modo che questi possano consolidarsi e crescere ulteriormente nel totale rispetto e collaborazione con le istituzioni di quei luoghi.


Tutto questo per trovare un “significato” alla dolorosa esperienza dell’esodo e dare una continuità non solo alla memoria, ma anche e soprattutto alle speranze.
Se così non fosse l’incontro di oggi rischierebbe di essere solo una sterile celebrazione, un’occasione per soffiare sui risentimenti: anch’essi stanno nel cuore, si intrecciano alla memoria e prendono la forma del negazionismo ad oltranza e della contrapposizione ideologica. Proviamo, per una volta, a ricordare, proviamo a farlo senza cedere a talune lusinghe.
Abbiamo lasciato un grande patrimonio in quella terra: di cultura, civiltà, bellezza. Di vita; è il ricordo di questo patrimonio, ne sono certa, che ci aiuterà ad affrontare il futuro nel mondo migliore.

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