Giornata della Memoria: il ricordo della Shoah


Perché “celebrare” il Giorno della Memoria?
Perché ancora oggi crediamo che sia necessario ricordare un periodo così oscuro?

Perché questa data memoriale riesce a parlarci, in qualche modo, anche di temi che fanno le rime con il presente. Perché il Giorno della Memoria ci obbliga a interrogarci costantemente non solo sulla storia dei nostri padri e delle nostre madri, dei nostri nonni e bisnonni, non solo sulla nostra storia, ma anche sul suo rapporto con il presente. Ci obbliga a interrogarci non solo sul tema della conoscenza, ma anche su quello della coscienza.

 

La storia di un tempo che segna la memoria

Dobbiamo provare a immaginare centinaia di migliaia di famiglie che, fin dai primi mesi del 1933 – con il nazismo appena insediato al potere – e per più di dieci anni, a turno considerarono e misero in atto la scelta della fuga dalla persecuzione razziale.
Nell’autunno del 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, erano già centinaia di migliaia gli ebrei fuggiti dalla grande Germania, in un esodo che non può non ricordarci molte scene a cui assistiamo oggi.

Meno di due anni dopo, quando iniziò a concretizzarsi la distruzione fisica degli ebrei d’Europa, il continente si era trasformato in una gigantesca trappola per gli uomini e donne che cercavano di salvarsi. Ma anche prima della guerra la morsa della persecuzione razzista si stava già stringendo, ed è un tema che solleva domande alle quali non è affatto facile dare risposte: quand’è che si decide di fuggire? Quanto è doloroso abbandonare la propria terra, la propria casa? E dove si può scappare, con che mezzi? Cosa avremmo fatto, noi?

Non dimentichiamolo: quando si intravedevano solo gli oscuri presagi e ancora era concesso, lasciare l’Europa non era per niente facile. Anche per questo, negli anni Trenta, in tanti si ripararono in altre aree più vicine, all’interno del continente. Nel luglio del 1938 per il problema dei rifugiati venne indetta addirittura una conferenza internazionale, ad Evian, conclusa con un nulla di fatto: la stragrande maggioranza dei paesi che parteciparono non avevano nessuna intenzione di accogliere. Dopo quella conferenza un migliaio di ebrei cercarono di raggiungere L’Avana, e poi gli Stati Uniti, sulla nave “St. Louis” della Compagnia Amburgo-America.

Era l’estate del 1939, e poche settimane dopo sarebbe scoppiata la guerra che avrebbe stravolto per sempre l’Europa e il mondo. Il loro viaggio si trasformò, in seguito al divieto di sbarco imposto dalle autorità cubane, in un incubo seguito con grande interesse dalla stampa internazionale e da un vasto pubblico. Dopo settimane in alto mare, la nave fu costretta a riparare nuovamente in Europa, e i rifugiati vennero accolti in extremis da Inghilterra, Francia, Belgio e Olanda. Centinaia di loro avrebbero trovato la morte nei campi di sterminio dell’Europa orientale, e anche per questo la storia della “St. Louis” sarebbe diventata uno dei simboli dell’indifferenza dei paesi terzi di fronte allo sterminio.Corteo Giorno della Memoria Sindaca Appendino Chiamparino Torino

Eppure nessuno, nel 1939 e poi negli anni successivi, poteva prevedere il futuro, quando la persecuzione sarebbe diventata una caccia all’uomo in buona parte dell’Europa, con l’occupazione nazista e il sorgere di regimi collaborazionisti ovunque, Italia settentrionale compresa. Il fatto di non sapere come sarebbe andata a finire li rende forse meno responsabili, ai nostri occhi?

Noi oggi lo sappiamo e all’epoca in molti lo intuivano: per essere realmente in salvo era necessario oltrepassare il mare, o l’oceano. I confini dell’impero nazista, con la guerra, avrebbero avuto un’espansione inimmaginabile, e con essi la politica di sterminio: nel cuore dell’Europa continentale non ci sarebbe stato un rifugio certo. Neanche la Svizzera: per ogni persona in cerca di asilo che veniva accolta, una veniva respinta.

È per questo che abbiamo il dovere di provare a immaginare anche con altri occhi le stesse scene, che sono avvenute milioni di volte nelle loro infinite varianti, innanzitutto ai confini dei territori che la politica espansionistica del nazismo inglobava al nascente impero. Scene nelle quali non esiste una scelta obbligata, nelle quali i protagonisti non sono cittadini privati dei loro diritti su cui si stringe una morsa che sembra inevitabile. Sono scene in cui la storia è ancora tutta da scrivere, scene i cui protagonisti potremmo essere noi, oggi.

Un mese dopo la chiusura della conferenza di Evian, a Berna si riuniscono i comandanti cantonali della polizia svizzera. È il 1938, l’anno dell’Anschluss: l’annessione dell’Austria al Reich. Molti ebrei austriaci stanno cercando riparo oltre il confine, nella vicina Svizzera – storicamente una terra di rifugio.

 

L’esempio di un uomo straordinario: Paul Grüninger

Sono troppi i rifugiati illegali, si dice, e saranno sempre di più; arriveranno anche dall’Italia, dove è appena stato pubblicato il Manifesto della razza, e dove sono in cantiere le leggi razziali. Bisogna chiudere le frontiere, si dice.

Uno dei comandanti prende la parola. Ha esperienza sul campo, conosce le storie dei profughi in fuga che cercano riparo: “Non possiamo chiudere le frontiere”, dice, “sono delle scene che spezzano il cuore”.
Si chiama Paul Grüninger. Comanda la polizia del cantone che confina proprio con il territorio austriaco, il cantone di San Gallo. Le parole di Grüninger cadono nel vuoto, e il Consiglio federale svizzero decide la chiusura delle frontiere.

Grüninger ha 47 anni. È un uomo comune, un ex maestro di scuola, un padre di famiglia e un calciatore, è uomo che crede nella lealtà, nelle istituzioni, nella giustizia. Crede nella legge, ma sceglie di disubbidire. Non rischia la vita, è vero, eppure rischia tutto quello che ha: la tranquillità, una reputazione, la carriera.
Ma lui ascolta la sua coscienza, e inizia a salvare decine, e poi centinaia di persone in fuga dalle persecuzioni naziste, inventando ogni tipo di espediente, dal retrodatare le domande di ingresso all’andare lui stesso a prendere dall’altra parte della frontiera le persone in fuga.

La notizia del comandante che infrange la legge si sparge presto, e all’inizio della primavera del 1939 Grüninger arriva al lavoro e scopre di essere stato sospeso dalle sue funzioni.

 

Ho agito per dei motivi onorabili. Come funzionario e come uomo.

 

Grüninger si difende, ma le sue ragioni vanno controcorrente rispetto al flusso della storia. E la sua sospensione diventa un licenziamento, con effetto immediato. Perde il posto, subisce un processo, è bandito dalla società. La sua memoria sarà dannata per decenni, anche se salvò oltre tremila persone.

La figlia Ruth racconta che, nonostante tutte le difficoltà, suo padre non era mai triste.
E alla domanda se avrebbe di nuovo aiutato tutta quella gente contravvenendo agli ordini rispondeva sempre, senza esitazione: “Sì, lo rifarei”.

Solo molto tempo dopo la sua morte il suo nome sarebbe diventato qualcosa di cui andare fieri. Oggi a lui sono intitolati lo stadio e una piazza della sua città, si scrive di lui, si girano film, documentari, si parla di lui qui, nella Sala Rossa.

Ecco chi celebriamo, oggi: celebriamo loro, ogni singola persona che – come Grüninger – salvando l’altro, salvò se stessa. Ogni singola persona che ebbe il coraggio di guardare oltre i tempi difficili che stava vivendo, e di riempirli di luce.

 

Fare di ognuno di noi un protagonista del ricordo

Ed è anche per questa ragione che, specularmente alla terribile realtà degli uomini più o meno “comuni” che parteciparono alle persecuzioni e allo sterminio, e a chi cercò in tutti i modi di rimanere indifferente, i comportamenti delle migliaia di persone che seppero dire “no” sono da raccontare. Anche qui, anche e soprattutto in una sede istituzionale.

Chissà cosa vorranno ricordare i nostri figli e i nostri nipoti, di noi. Chissà come guarderanno la Torino, l’Italia, l’Europa di questi anni. Chissà cosa sceglieranno di “celebrare”, un domani. Io spero che, nonostante il periodo economico e sociale tanto complesso che stiamo vivendo, vorranno ricordare il momento in cui saremo tornati a sentirci parte di una comunità.

Chiudo ringraziando tutti coloro che parteciperanno a questa giornata e che ritengono importante condividere il valore della memoria.

Un grazie speciale a Carlo Greppi per avermi aiutato a raccontare questi spaccati di storia di persone così straordinarie.

 

 

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