Giorno del ricordo 2018: il mio discorso per le celebrazioni ufficiali

Presidente,

autorità civili e militari,

signori e signore,

 

Il ricordo di quel 10 febbraio 1947 che riguarda le migliaia di nostri connazionali morti o costretti a lasciare le terre dov’erano nati, dove avevano casa e avevano costruito un’esistenza, non è poi così lontano.

 

Per anni l’ideologia ha sconfitto la realtà dei fatti, stravolti dall’uso politico di una storia ad usum delphini, (cioè adattata e manipolata per interessi di parte) che ha volutamente evitato l’accertamento della verità.

In questo sterile gioco delle parti, in un farsesco rimpallo di responsabilità e accuse, il ricordo di questo esodo forzato e la morte di migliaia di persone “infoibate”, è diventato nel migliore dei casi un pretesto per un’infinita “resa dei conti” tra il “comunismo” e il “fascismo”, tra i “buoni” e i “cattivi”.

 

Per decenni l’epurazione e la morte degli Istriani, Giuliani e Dalmati è stata volutamente accantonata come memoria storica scomoda. Le esperienze luttuose, le ferite a lungo non rimarginate sono state rimosse, nascoste da una coltre di reciproche convenienze e di silenzio.

 

E così quel trauma, la frantumazione di una delle terre simbolo del fervore irredentista nella Prima Guerra Mondiale è stato quasi rimosso dalla coscienza del Paese, relegato questione marginale e periferica. Al dolore di queste genti, al dolore dei parenti delle vittime delle violenze del dopoguerra, alla sofferenza sempre composta ma non per questo meno acuta degli esuli, spesso non è stato dato ascolto.

 

Solo a loro, all’incrollabile caparbietà e tenacia degli istriani, fiumani e dalmati, ovunque la diaspora li avesse sospinti, nei campi profughi sparsi per il territorio nazionale e in altre sistemazioni quasi sempre precarie, è stato affidato il compito di ricordare e tramandare il patrimonio di valori e tradizioni di una civiltà straordinariamente vitale, in primo luogo perché plurale, ricca di apporti di storie e culture diverse.

 

La legge 92 del 30 marzo 2004, che istituisce il Giorno del Ricordo deve essere quindi considerata come un parziale risarcimento storico e morale per le incomprensioni, il disagio, il colpevole disinteresse con cui per troppo tempo, nell’Italia dell’immediato dopoguerra, ansiosa di ricominciare a vivere e di ricostruirsi un futuro, si era guardato a quei tragici capitoli di storia nazionale.  Era necessario rimuovere quella memoria dolorosa, bisognava voltare pagina, con buona pace di quella gente che in qualche modo aveva contribuito a scriverla quella Storia comune e che da secoli, di quelle pagine faceva parte.

 

Ciò che era accaduto e che accadeva al confine orientale del nostro Paese riportava la nostra memoria alla sconfitta nella guerra d’aggressione fascista, alle mire di rivincita proprie del nazionalismo jugoslavo, alle cupe violenze sopraffattrici di regimi dittatoriali. Rimandava cioè a quel comune passato europeo, sconvolto e annichilito dai nazionalismi e dai totalitarismi, animati da perverse ideologie razziste, che in Italia come in altre parti del continente avevano cercato di imporre modelli d’identità monolitici ed esclusivi, incentrati su idee di società autoritarie e violente, illiberali e antidemocratiche.

 

Ripercorriamole brevemente insieme, le tappe salienti che hanno inesorabilmente condannato all’oblio la sofferenza di centinaia di migliaia di nostri connazionali prima dell’introduzione della legge 92 del 2004:

 

  • 10 febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace e la fascia costiera dell’Istria (Capodistria, Pirano, Umago e Cittanova) passa sotto amministrazione jugoslava (zona B); il resto dell’Istria, Fiume e Zara passano in maniera definitiva sotto sovranità jugoslava. La fascia costiera da Monfalcone a Muggia va sotto amministrazione alleata (zona A) mentre Gorizia e il resto della Venezia Giulia tornano sotto la sovranità italiana. Più di Trecentomila persone si trasformano in esuli per sfuggire alla morte o all’internamento.
  • Il 5 ottobre 1954 con il “Memorandum d’intesa” la parte amministrata dagli Alleati (la cosiddetta zona A) viene restituita all’amministrazione dell’Italia. E’ l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria, dopo l’occupazione delle truppe jugoslave.
  • Il 10 novembre 1975 con il trattato di Osimo, nelle Marche, l’allora Ministro degli Esteri Rumor firmò la cessione in via definitiva della zona B alla Jugoslavia.

 

Fino a qui i numeri e le date, freddi dati statistici che rappresentano lo scenario apocalittico nel quale furono proiettate le vite di centinaia di migliaia di persone.

 

Ma la Storia, questa storia non è fatta solo di numeri, ma anche e soprattutto di vicende personali, di privazioni e dolore, di sradicamento, di diffidenza, di amore per una terra perduta per sempre. Appare quindi doveroso, oltre che utile, dare voce proprio alle persone che di questo esodo furono protagoniste, le loro parole sono una testimonianza preziosa e un monito, dal passato ci riportano al presente e, alla luce di quanto sta accadendo, assumono ancor più valore.

 

Comincerò dalla bambina con la valigia immortalata in quella foto che è diventata, suo malgrado, il simbolo dell’esodo Istriano-Giuliano-Dalmata.

Egea Haffner nata a Pola, Italia, nel 1941, sei anni prima del grande esodo che nel 1947 vide fuggire la quasi totalità dei 30mila abitanti della città, costretti all’esodo. Lei, però, fu costretta a partire già nel 1946:

 

“Il primo maggio del 1945 – racconta infatti – la sera suonarono alla porta due titini, volevano mio padre. Lui chiese perché lo cercassero, ma i due lo tranquillizzarono dicendo che era pura formalità, dovevano condurlo al Comando per alcune informazioni. Mio padre chiese se doveva portarsi dietro qualcosa, ma di nuovo lo rassicurarono, così uscì col vestito che indossava e una sciarpa. Sciarpa che giorni dopo i miei videro al collo di un titino… Da quella sera non seppi più nulla di lui. Avevo 3 anni e mezzo. I miei non si davano pace e speravano che lo avessero internato in qualche campo di concentramento. Per molti anni la nonna metteva da parte ogni sera un pezzo di pane, aspettando che facesse ritorno…”

 

Ma intanto bisognava scappare. E prima dell’addio tutti si facevano ritrarre, di solito davanti all’Arena romana, foto che oggi campeggia nella casa di ogni polesano, ovunque si trovi.

 

“Fu la sorella di mio padre a farmi i boccoli e a confezionarmi un vestitino di seta – racconta Egea – mi misero in mano un ombrellino e la mia valigia, con su scritto un numero di matricola… Così diventavo l’esule giuliana 30.001”.

 

Un numero inventato per la foto, ma ancora più emblematico e straziante, foriero di un triste presagio, “lo scrisse lo zio Alfonso per indicare il numero degli abitanti di Pola”

 

L’abitino bello, le calzette dal risvolto, i capelli ordinati che le incorniciano il viso, il contegno, la borsa da grande, ombrello compreso. Tutto ci riconduce ad un’apparente dimensione di normalità. Fa pensare solo lo sguardo malinconico, ma potrebbe essere il sole della bella giornata estiva. E il fremito sul mento, come di pianto trattenuto, ma potrebbe anche essere sussiego.

 

Poi però ci sono quei numeri sulla valigia che cambiano tutto, la scritta (Esule Giuliana) che proietta la minuscola Alice in un mondo smisurato e spaventoso dove tutti si perdono, i bambini perdono i genitori, i genitori perdono la vita, le famiglie perdono indirizzo e abitudini, i popoli perdono terra e identità, e per salvarsi bisogna andare lontano, lontano fra estranei che non ci desiderano, e incredibilmente tutto questo avviene in un giorno qualunque, in una bella giornata di sole estivo come le altre.

 

Quello sguardo diventa allora una sorta di cupo presentimento del fatto che presto la città intera si sarebbe letteralmente svuotata. La bambina con la valigia ha poi proseguito quel percorso ad ostacoli che fu la vita di tutti gli esuli giuliani, portando sulle piccole spalle la guerra, la morte del padre, lo straniamento dell’esilio, il trasferimento da una città all’altra e anni di ristrettezze in un retrobottega che fungeva da cucina e camerata insieme ai nonni e agli zii. Quel fotogramma, che porta sul retro la data, 6 luglio 1946, e il timbro del fotografo polesano, rappresenta il dramma di un popolo, lo sradicamento e l’esilio.

 

Guardandola non si può non pensare al presente e a quel il pungolo di nuovi aguzzini che ancora costringe alla diaspora altre valanghe di grandi e piccoli esuli, in un tempo di pace prospero come mai.

 

In questa diaspora umana voi e molti come voi scelsero la nostra città, più di 8.000 secondo un censimento del 1958. Una casa, la fabbrica, il lavoro, dopo tanti anni di sofferenza e precarietà, potevano rappresentare l’occasione per riappropriarsi della propria esistenza e di una parvenza di normalità, seppure in modo parziale.

 

Fin dal febbraio del 1947, data alla quale risalgono i primi consistenti arrivi in città, gli esuli giuliani poterono godere dell’aiuto, dell’appoggio e della solidarietà di gran parte della popolazione e delle istituzioni torinesi che, fin da subito, attuarono iniziative assistenziali concrete. Sulla banchina degli arrivi presso la stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova, in corrispondenza di quello che per lungo tempo è stato il centro di assistenza della Croce Rossa, venne creato un punto di accoglienza, che in qualche modo rappresentò l’inizio di una nuova vita per quest’umanità sradicata.

 

Un’accoglienza, è il caso di dire, a binario doppio, nella quale il calore e la partecipazione convissero con i tratti oscuri dell’esclusione, del pregiudizio e dell’ostilità, che si tradussero talvolta in episodi di discriminazione e rifiuto che si fondavano su preconcetti politici errati, e che portarono alla nascita dello stereotipo istriano = fascista, vero e proprio segno distintivo che, come un marchio indelebile d’infamia, accompagnerà per anni la vita degli esuli istriani e dal quale essi faticheranno, non poco, a liberarsi.

 

Abbiamo letto tutti tante testimonianze di discriminazione che vengono da un tempo lontano ma sono anche tristemente attuali, su cui è doverosa una riflessione condivisa e che danno un significato ancora più profondo alla giornata di oggi, che deve essere vissuta non come momento dal valore meramente simbolico ma come presa di coscienza di valori comuni.

 

Va letto in questo senso il discorso pronunciato dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi in occasione della giornata del ricordo nel 2006:

 

“La memoria ci aiuta a guardare al passato con interezza di sentimenti, a riconoscerci nella nostra identità, a radicarci nei suoi valori fondanti per costruire un futuro nuovo e migliore. L’odio e la pulizia etnica sono stati l’abominevole corollario dell’Europa tragica del Novecento, squassata da una lotta senza quartiere fra nazionalismi esasperati. La Seconda guerra mondiale, scatenata da regimi dittatoriali, ha distrutto la vita di milioni di persone nel nostro continente, ha dilaniato intere nazioni, ha rischiato di inghiottire la stessa civiltà europea”.

 

La conoscenza crea consapevolezza, la consapevolezza genera responsabilità e alimenta la maturità civile e il sentire comune. E’ con questa prospettiva che, qui come altrove si è data grandissima importanza all’impegno divulgativo e didattico nelle scuole e in altre sedi.

 

Coltivare e favorire il ricordo di ciò che accadde in tutta la sua complessità, oggi è per noi oltre che un’occasione di civiltà, un obbligo morale come amministratori, ma prima di tutto come uomini e come cittadini italiani; un vincolo affinché tutti si prodighino per impedire che l’ignoranza e l’indifferenza abbiano ancora una volta il sopravvento e perché tali orrori non si ripetano mai più.

 

E’ un dovere che abbiamo nei confronti dei sopravvissuti, dei familiari delle vittime che sono oggi con noi e dei rappresentanti delle Associazioni che mantengono viva la memoria di quella tragedia, è un dovere che abbiamo nei confronti delle generazioni future. In questo nobile magistero dall’enorme valore civile risiede il significato profondo della ricorrenza del 10 febbraio.

Ringrazio tutte e tutti voi per essere qui in questo giorno, e in particolare lo storico Gastone Saletnich per il prezioso contributo nel redigere questo intervento.