Lettera di Natale al Sindaco Fassino


Caro Signor Sindaco,

il mese di dicembre è da sempre un momento favorevole per tracciare il bilancio dell’ anno, il che consente di prendere coscienza degli errori, di correggere le storture e di mettere in risalto gli obiettivi raggiunti. Lei lo ha fatto rilasciando una lunga intervista a LaStampa, io lo faccio oggi scrivendole la mia tradizionale lettera di auguri. A differenza di come lo ha definito Lei, “l’anno della reazione”, a me sembra che questo sia stato un anno molto diverso dagli altri e che abbia avuto il suo culmine proprio nel mese di dicembre: nell’arco di pochi giorni abbiamo potuto assistere direttamente, sulla nostra pelle, all’esternazione delle paure dei cittadini, delle loro difficoltà e delle ansie conseguenza di anni di errori e di storture.

Le numerose manifestazioni di protesta, la situazione insostenibile del 9 dicembre, gli studenti, i pensionati, i sindacati, i dipendenti dell’azienda di trasporto pubblico, tutti hanno rappresentato chiaramente che gli errori e le storture non sono solo materiale per riflessioni politiche di aula, ma toccano direttamente la vita di decine di migliaia di persone della nostra città. Persone, caro Signor Sindaco, che hanno bisogno di risposte e di speranza.

Non è un caso, e non sono stati solamente gli ambulanti, che a suo dire protestavano per l’applicazione della Bolkenstein, che Torino sia stato il fulcro delle proteste delle ultime settimane. Non minimizzi quanto la nostra città ha vissuto in quei giorni, non tenti di silenziare quell’urlo che proveniva da moltissime anime diverse. Non basta combattere la violenza, noi, amministratori pubblici, dobbiamo interrogarci per comprendere a fondo le ragioni che, sebbene espresse in alcuni casi in modi riprovevoli, covano come brace sotto la cenere da tempo.

Non dipinga una città che non c’è, questo non fa altro che allontanare i cittadini dalle istituzioni e alimentare quel distacco che c’è tra il palazzo e la cittadinanza. Lei parla di dinamismo e grandi trasformazioni, ma la nostra Torino è ormai entrata in una crisi sistemica: le aziende chiudono, i giovani non trovano lavoro, le attività commerciali quotidianamente lasciano sfitti i negozi, il numero di ore di cassa integrazione è in costante aumento. Molto più che in altre grandi città d’Italia noi stiamo vivendo gli effetti perversi del combinato disposto della crisi mondiale e finanziaria, della bolla oramai scoppiata della Torino olimpica e dell’inerzia, per non parlare di inettitudine, della politica.
In questo preoccupante quadro la struttura amministrativa comunale dovrebbe avere il ruolo di sprono per l’intera società, tanto economicamente quanto moralmente.

Per Lei molte sono state le occasioni per imprimere un nuovo corso morale per la nostra Città e, puntualmente, non le ha colte. Il rimpasto di Giunta, così come già Le abbiamo fatto notare, si è tramutato in un poltronificio che ha premiato non il merito ma le appartenenze politiche o logiche interne alla sua coalizione di governo, ben lungi dunque dall’essere un qualcosa di nuovo nella storia amministrativa di Torino.

Nella sua intervista Lei considera come ormai necessario questo clima di emergenza continuo, questo non poter dare certezze, né economiche né di prospettiva politica, a ciascuno dei soggetti che si relazionano con la Città. Ciò, però, non è vero: per il secondo anno consecutivo stiamo vivendo proprio per il caso di GTT il medesimo film. L’urgenza di vendere gli ultimi gioielli di famiglia si scontra con le procedure e i reali interessi del mercato. L’anno scorso, se ben ricorda, abbiamo dovuto calendarizzare dibattiti in aula per dare il via ad una gara mai andata a buon fine. Ricorda l’offerta stracciata di Trenitalia che avete rifiutato? Ora abbiamo rivissuto le stesse urgenze a seguito della gara per i posteggi andata, nei fatti, deserta e la dismissione della quota di minoranza di GTT. L’emergenza continua è dunque inevitabile e responsabilità sempre e solo di altri oppure è anche figlia di errori della politica?

Pur concordando con Lei che la cultura rappresenti per Torino una importante risorsa, devo però notare che il medesimo clima e la medesima incertezza ne stanno minando le fondamenta. Pagare il 10% di oneri finanziari, come fa notare il Presidente Picchioni, in un momento in cui si cerca l’efficienza è uno spreco. Credo che su questo Lei non possa che concordare. Quale risposta dunque? Conferire degli immobili per tamponare le perdite? È un film già visto che speravamo non si ripetesse perchè, caro Sindaco, gli immobili non sono infiniti, esattamente come le aziende che Lei ha venduto in questi anni. Come ha detto Lei, “vendendo il vendibile” cosa resterà poi alla Città?

Seppur in un quadro fosco sono certa che Torino possa riuscire a risollevarsi, ad invertire la tendenza, ma solamente se metterà in gioco le risorse migliori che ha e tra queste la solidarietà, il merito, il senso di comunità, la trasparenza, la partecipazione e la fiducia nelle istituzioni. Solo questo può essere l’orizzonte del buon politico che conduce una disastrata barca nella quale siamo per necessità obbligati stare.
In molte discussione di aula Lei ha sostenuto che le reiterate questioni relative ad esempio alla Fondazione per la Cultura e alla scelta del suo Segretario fossero attacchi ad personam: non cogliendo il senso generale di queste riflessioni Lei commette un errore. Come può, infatti, pensare che una struttura amministrativa di quasi 10.000 persone che lavorano in Comune possa essere spronata a dare il meglio quando in loro possa sussistere anche solo il dubbio di vedere anche solo una volta privilegiata la vicinanza politica o la fedeltà al “potente di turno” e non il merito e la fedeltà all’Istituzione?
Così è accaduto anche per la discussione di aula relativa alla trasferta a New York: Lei non ha colto che è la trasparenza a costruire col cittadino un legame di fiducia e pensa che la nostra “passione per gli scontrini” sia una moda dettata dall’antipolitica. Al contrario è l’amore per la buona politica che ci spinge a voler spendere il meno possibile, perché i soldi non sono nostri ma dei cittadini, e a voler rendicontare loro ogni singola voce di spesa, anche le sue.
È accaduto anche nei dibattiti relativi al Festival Jazz che Lei ha sempre visto come un attacco strumentale al suo “figlio” prediletto: anche in questo caso era ed è necessaria la partecipazione, il coinvolgimento del territorio e la disponibilità, dinnanzi a dati oggettivi, a ritornare sulle proprie decisioni e comprendere i propri errori.

La partecipazione e la trasparenza non sono frasi fatte ma un metodo di lavoro che consente all’Ente di fare una operazione di verità, dire chiaramente ai cittadini e a tutti i soggetti che hanno una relazione col Comune, quante risorse ci sono, per quanto tempo e come possono essere spese. Né si può consentire di emendare un bilancio solamente sull’onda lunga di qualche reazione mediatica ai tagli, prontamente colta dalla politica. Non ci si riduce al 31 dicembre per deliberare ciò che forse potrebbe entrare da eventuali dismissioni, ma si costruiscono dei percorsi nei quali anche i tagli e le razionalizzazioni sono metabolizzate da tutti e condivise dai più.

Torino ha iniziato un periodo complicato della propria storia, forse paradossalmente molto più complesso di quello che nel 1630 aveva attraversato durante la peste, perché il nemico qui è invisibile. Bellezia, il Suo illustre predecessore, aveva avuto il coraggio di restare nel cuore della Torino appestata, di non lasciare il palazzo, di non fuggire in luoghi più sicuri, ma di mettere a rischio addirittura la propria vita pur di preservare l’ordine e infondere speranza nei cittadini. Raccontano gli storici che, pur malato e febbricitante, desse gli ordini dalla sua camera da letto.

Per ripartire abbiamo bisogno di un Sindaco che stia a Torino, che faccia della nostra città la sua dimora per costruire con i torinesi un legame empatico e di esempio, che privilegi il merito e non le appartenenze politiche, che distrugga il sistema che si è incrostato in questi vent’anni per far emergere la creatività, le idee, le risorse e il futuro che Torino si merita. Un Sindaco che faccia di Torino la città della solidarietà, che costruisca un senso di comunità per far sentire ogni torinese parte attiva della nostra città. Forse non è ancora troppo tardi, ha davanti metà del mandato.

A Lei che rappresenta tutta la Città auguro un buon Natale e un 2014 aperto verso la speranza.

Chiara Appendino

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